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CAMBIAMENTO CLIMATICO
I più vulnerabili costretti a nuotare, o ad affondare
Thalif Deen

10 milioni di persone a Bihar, India, sono rimaste colpite dall'alluvione del luglio-agosto 2007
Foto: Scorius

NAZIONI UNITE, 14 marzo 2008 (IPS) - Le minoranze e i gruppi indigeni nel mondo sono le “vittime silenziose” degli effetti potenzialmente disastrosi del cambiamento climatico, sostiene un nuovo studio di Minority Rights Group (MRG) International.


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Benché entrambi i gruppi siano tra i più colpiti dai disastri climatici, la comunità internazionale continua ad ignorare questo grave problema, accusa l’organizzazione per i diritti umani di Londra.

Secondo il rapporto, nonostante il cambiamento climatico sia ormai in cima all’agenda internazionale, spesso le gravi difficoltà che le minoranze devono affrontare non vengono riconosciute.

”Dalle immediate ripercussioni di un disastro fino alla definizione di politiche sul cambiamento climatico, la condizione unica delle minoranze e dei gruppi indigeni raramente viene presa in considerazione”, afferma Ishbel Matheson, a capo di politiche e comunicazione di MRG.

Tra i gruppi svantaggiati vi sono i dalit (o gli “intoccabili”) in India, la comunità di pescatori Rakhain in Bangladesh, i pastoralisti del Kenya, la comunità Karamajong in Uganda, gli afro-colombiani in Colombia, le comunità rom in Europa e il popolo Sami nel nord della Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia.

Quando i dalit del Bihar, India, rimasero duramente colpiti dall’alluvione del 2007, gli aiuti tardarono ad arrivare, con forti discriminazioni nel processo di distribuzione, secondo il dossier.

“La stretta relazione di molti popoli indigeni e di alcune minoranze con il loro ambiente li rende particolarmente vulnerabili all’impatto del cambiamento climatico”.

I popoli indigeni hanno conoscenze estremamente profonde del clima e dei suoi effetti su piante e animali, ma adesso il cambiamento climatico sta colpendo il loro modo di vita, si spiega nel rapporto.

David Pulkol della comunità Karamajong dell’Uganda avrebbe dichiarato: “Nella nostra comunità gli anziani interpretano alcuni segnali della natura per capire quando seminare i loro raccolti o quando aprire la stagione della caccia. Ma con il cambiamento climatico sta ormai diventando impossibile fare certe previsioni”.

”Abbiamo avuto uno straordinario aumento di siccità, che ha comportato gravi perdite tra il bestiame e più povertà e fame nella nostra comunità”, ha aggiunto Pulkol.

Secondo la Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico, il riscaldamento globale e altri eventi meteorologici estremi potrebbero, in larga misura, essere attribuiti alla combustione di combustibili fossili e ad altre attività inquinanti, che stanno incrementando i livelli di anidride carbonica e di altri gas serra nell’atmosfera.

Rispondendo all’IPS, Matheson di MRG ha detto che le Nazioni Unite e le sue unità ambientali hanno senz’altro un ruolo nel richiamare l’attenzione sulla disgrazia delle minoranze più colpite dal cambiamento climatico.

”Ma il problema è che fino a pochissimo tempo fa, quasi tutte le controversie sul riscaldamento globale si sono concentrate sulla misura in cui gli esseri umani hanno provocato questo fenomeno, e sul delineare i possibili effetti ambientali reali e futuri”, ha aggiunto l’attivista. I negoziati dell’Onu, ha proseguito, riguardavano ovviamente le misure per invertire i livelli di emissioni di anidride carbonica, o per mitigare i loro effetti.

”Questa è senz’altro una priorità [ed è il punto centrale dei colloqui successivi al Protocollo di Kyoto sul cambiamento climatico]. Ma dato che i veri effetti del riscaldamento globale vengono già avvertiti dagli esseri umani, i politici devono guardare oltre gli impatti ambientali, all’impatto sulle comunità - e a quali comunità sono particolarmente colpite, comprese le minoranze e le comunità indigene”, secondo Matheson.

Matheson ha poi osservato che il Forum permanente dell’Onu sui popoli indigeni ha già sollevato questo tema - e pubblicato diversi rapporti sull’argomento.

Il tema centrale dell’imminente settima sessione del Forum permanente, previsto per il 21 aprile-2 maggio, sarà “cambiamento climatico, diversità bioculturale e sostentamento: il ruolo di tutela dei popoli indigeni e le nuove sfide”. ”Il cambiamento climatico viene considerato una sfida cruciale globale, e gli eventi più recenti hanno dimostrato la crescente vulnerabilità del pianeta al cambiamento climatico”, si legge in uno studio che verrà presentato al Forum permanente il mese prossimo. “Per i popoli indigeni, il cambiamento climatico è già una realtà, e rappresenta una minaccia e un pericolo per la sopravvivenza delle loro comunità”.

Lo studio avverte che il cambiamento climatico “ha anche gravi implicazioni economiche e sociali”.

”Il cambiamento climatico è, in sostanza, una sfida dello sviluppo sostenibile, che dovrebbe essere maggiormente vincolata alla più ampia agenda dello sviluppo, comprendente la riduzione della povertà e altri obiettivi di sviluppo concordati a livello mondiale”, aggiunge lo studio.

In una conferenza delle organizzazioni non governative (Ong) tenutasi a New York lo scorso settembre, diversi rappresentanti hanno evidenziato che le sfide chiave dei popoli indigeni includono l’impatto delle monocolture; migrazione di massa; scarsa qualità dell’acqua; sicurezza alimentare; salute umana e infrastrutture.

Un workshop di esperti internazionali sui popoli indigeni organizzato in Russia lo scorso agosto ha trattato i temi dei danni ambientali, come inquinamento e smaltimento di rifiuti tossici nelle terre dei popoli indigeni.

Secondo il rapporto di MRG, le comunità indigene e le minoranze di tutto il mondo sono anche compromesse dalle coltivazioni destinate ai biocarburanti, che molti governi vedono come una soluzione al cambiamento climatico.

I biofuel, o biocarburanti (combustibili da biomasse), derivano dal mais o da oli di piante, e sono considerati l’alternativa verde, poiché producono minori emissioni di anidride carbonica.

“Ma le comunità vengono cacciate con la forza, e le loro culture e sistemi di sostentamento vengono distrutti per lasciare spazio alle coltivazioni destinate al biofuel”, si osserva nel rapporto.

Nei paesi del Sud America come Colombia, Brasile e Argentina, le comunità indigene e le minoranze sono state costrette a lasciare le loro terre, in alcuni casi con la violenza, per i biocarburanti.

Un altro fattore in gioco è l’emarginazione sociale. In Kenya, i pastoralisti hanno dovuto sostenere l’impatto dei recenti fenomeni di siccità. Ma gli effetti sono stati inaspriti dalla negligenza del governo keniano nei confronti di queste regioni remote, e dalla sua mancata attuazione di strategie efficaci contro la siccità.

L’esplosione delle “coltivazioni biofuel” è stata particolarmente problematica. In Colombia, ad esempio, nel 2005, più del 90 per cento delle terre seminate a palme da olio apparteneva alle comunità afro-colombiane.

I violenti trasferimenti causati dai gruppi paramilitari si consolidano una volta che le imprese produttrici di palme da olio si fanno avanti per prendere possesso delle terre, ha spiegato Matheson.

I 50 paesi meno sviluppati (PMS), ha segnalato l’attivista, stanno delineando dei Programmi nazionali di adattamento, sotto l’egida dell’Onu, per definire i passi da intraprendere per combattere gli effetti del cambiamento climatico.

“Ma durante il processo non sono obbligati a prestare attenzione ai bisogni speciali delle minoranze e dei popoli indigeni”, ha detto.

Nel delineare i loro programmi di adattamento, i PMS sono spesso affiancati dal Programma Onu per l’ambiente (Unep) e dal Programma Onu per lo sviluppo (Undp).

Anche loro devono guardare all’impatto sulle minoranze - come sulla comunità di pescatori Rakhain in Bangladesh - per affrontare il problema che, nel caso di queste comunità, non si tratta solo di perdere i loro sistemi di sostentamento o la loro cultura, ma è in gioco la loro stessa sopravvivenza, ha sostenuto Matheson. (FINE/2008)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile ma non riproducibile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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