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EDITORIALE
Perchè abolire le armi nucleari
Hiromichi Umebayashi (*)

Hiromichi Umebayashi, fondatore e consulente speciale di Peace Depot, Inc. Japan.
Foto: Peace Depot/IPS

TOKYO, Settembre 2009 (IPS) - Perché dovremmo abolire le armi nucleari?


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La domanda, apparentemente ingenua, ha suscitato un acceso dibattito. Nel Giappone reduce dall’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki, il desiderio di abolire il nucleare è molto forte, radicato nell’esperienza diretta dei danni devastanti causati dalle armi nucleari.

Questa devastazione, però, non sembra sufficiente per avere "un mondo denuclearizzato". L’impegno a abolire le armi nucleari è imprescindibile e inscindibile dalla sfida che ci impone di creare una società globale più equa, giusta e umana.

Quando è tornata alla ribalta l’idea di "un mondo libero da armi nucleari", come obiettivo concreto stimolato dalle nuove iniziative anti-nucleare condotte negli USA, mi sono ritrovato a chiedermi di nuovo “perché?”.

La necessità di dare una risposta globale a problemi come la povertà e i cambiamenti climatici è un dato di fatto, quasi tacitamente imposta dai valori che guidano la società civile.

L’abolizione del nucleare, invece, tende a rimanere un tema confinato ai tipi di armi connessi alla sicurezza nazionale e non viene considerata una questione morale globale. Per avere successo, il movimento per l’abolizione delle armi nucleari deve raggiungere una sfera più ampia del pensiero comune.

Dieci anni fa ho tradotto in giapponese "Fast Track to Zero Nuclear Weapons”, un libro di Robert D. Green, ex capitano della marina militare britannica.

Il libro contiene un’affermazione che ancora oggi mi avvince. Illustrando l’analogia tra la campagna per l’abolizione della schiavitù condotta duecento anni fa e quella per il disarmo nucleare, Green scrive che la prima ha avuto successo perché “era incentrata sull’illegalità della schiavitù, non solo sulla sua crudeltà".

Green ci insegna dunque che, storicamente, i dolori più forti e le battaglie più dure dell’umanità possono stimolare la volontà politica per mettere in atto leggi importanti, sia nazionali che internazionali. Anche laddove per varare nuove leggi è necessario scendere a compromessi, la legislazione che ne deriva contiene norme giuridiche, un linguaggio e un assetto concettuale utili per avviare un cambiamento epocale.

Le premesse dei trattati e delle convenzioni internazionali che bandiscono o limitano l’uso di armi, invocano norme giuridiche e principi fondamentali.

Tuttavia, la differenza tra gli strumenti che limitano le armi nucleari e quelli su altri tipi di armamenti è considerevole. La Convenzione sulle Armi Biologiche, quella sulle Armi Chimiche, quella di Ottawa che bandisce le mine antipersona e la più recente Convenzione sulle munizioni a grappolo, contengono tutte una spiegazione chiara dei fondamenti umani e morali delle proibizioni che, chiariscono, sono un prerequisito per un mondo civilizzato e soggetto alle leggi dettate dalla coscienza umana.

Stranamente, ciò non avviene nei trattati sulle armi nucleari, ad esempio quello di Non-proliferazione Nucleare (TNP) e quello di Bando Complessivo dei Test Nucleari (CTBT).

Credo che tutti i lettori si aspetterebbero di trovare la prescrizione dei principi fondamentali per la messa al bando delle armi biologiche e chimiche anche tra le norme dei trattati sulle armi nucleari, ma non è così.

Nessun trattato, neppure il TNP né il CTBT, invoca simili criteri umani e morali. Possiamo davvero creare un mondo libero dalle armi nucleari con basi giuridiche così deboli?

La spiegazione del fenomeno ci è nota: servono degli eufemismi per convincere i detentori di armi nucleari a dotarsi di questi strumenti normativi, vincolanti anche per loro stessi.

Finché accettiamo questa prassi, però, temo non riusciremo a dotarci di norme che riconoscono la reale natura delle armi nucleari e delle loro implicazioni per le generazioni future. E che non riusciremo neppure a figurarci un mondo denuclearizzato come un mondo migliore per l’intera umanità.

Il nostro primo compito, dunque, é valutare come dotarci di uno strumento giuridico internazionale efficace, anche se i paesi detentori di armi nucleari non lo accettano in quanto espressione di norme morali coerenti in grado di governare l’orrore smisurato delle armi nucleari.

Come ha scritto Rebecca Johnson in un recente articolo su Disarmament Diplomacy, (primavera 2009), uno strumento internazionale che metta fuorilegge l’uso e la minaccia di uso di armi nucleari, potrebbe essere un primo passo.

Il cosiddetto “processo di Ottawa”, fondato sulla collaborazione della società civile e di nazioni unite da una visione affine potrebbe rivelarsi il giusto approccio.

Infine, dobbiamo denunciare la grande distorsione globale, radicata nell’abitudine a fare uso della forza e della diplomazia armata, la cui massima espressione è stata proprio la minaccia di usare armi nucleari. Le norme della Carta delle Nazioni Unite tese a favorire "rapporti amichevoli tra le nazioni, basati sul rispetto del principio di uguaglianza dei diritti e sull’autodeterminazione dei popoli" e sul "rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali di tutti, senza discriminazione alcuna" non saranno mai ottemperate, in un mondo dominato dall’orrore delle armi nucleari.

Il cammino verso un mondo denuclearizzato dovrebbe anche permetterci di immaginare la nuova società più umana, che ne incarna le norme. @COPYRIGHT IPS

(*) Hiromichi Umebayashi è fondatore e consulente speciale di Peace Depot, Inc. Japan e titolare di un dottorato di ricerca in fisica applicata.

(FINE/2009)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile ma non riproducibile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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