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Società armate, un’altra tragedia per le donne
Humberto Márquez*

CARACAS, 14 dicembre 2011 (IPS) - Kairobis Arcia, 25 anni, è morta per un colpo di pistola alla testa sparato dal marito, Oswaldo Mendoza, 32 anni, a quanto pare accecato dalla gelosia durante una lite che si era inasprita anche a causa del consumo di alcool e droga.

   
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Ashfaq Yusufzai/IPS
Foto: Ashfaq Yusufzai/IPS

E questo è solo uno degli oltre 468mila omicidi che ogni anno vengono commessi nel mondo, di cui il 42 per cento con armi da fuoco. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC), la percentuale mondiale è di 6,9 su 100mila abitanti, 11,9 tra gli uomini e 2,6 tra le donne.

IPS ha parlato dell’impatto della diffusione delle armi sulle donne con gli esperti di tre paesi che presentano elevati livelli di violenza di diversa natura: il Messico, dominato dai cartelli della droga; il Pakistan, focolaio di lotte politiche e religiose; e il Venezuela, dove dilaga la criminalità.

L’omicidio di Arcia è avvenuto in prigione. Mendoza è un carcerato che non dovrebbe avere accesso a liquori, droghe, armi o munizioni. Lei era lì “in visita” ma fuori dall’orario regolamentare, ed entrambi erano rimasti coinvolti in una rissa armata tra prigionieri, con la complicità delle guardie carcerarie.

Se episodi come questo - avvenuto in una notte di fine novembre nella prigione di Ciudad Guayana, sud-est del Venezuela - si verificano in un luogo controllato, è evidente il pericolo che corrono nelle strade e nelle case i 29 milioni di abitanti che popolano questo paese sudamericano, dove, secondo le stime di diverse organizzazioni, si contano tre, sei o forse più di 10 milioni di armi illegali.

“Il 90 per cento tra i 17mila e 19mila omicidi all’anno in Venezuela sono commessi con armi da fuoco e una vittima su 10 è donna”, afferma il sociologo Luis Cedeño della Ong Paz Activa.

La minaccia cresce perché “nelle fasce di popolazione con livelli di redditi e istruzione inferiori, e nei quartieri più violenti, è in aumento il possesso illegale di armi, mentre studi dell’Organizzazione Sanitaria Panamericana indicano che nel 30 per cento delle famiglie si verificano episodi di violenza”, osserva.

Il procuratore generale del Venezuela Luisa Ortega, segnala che nel 2010 ci sono state 96.145 denuncie per violenza di genere, ma secondo le organizzazioni femminili questa cifra rappresenterebbe solo una minima parte, perché migliaia di donne non sporgono denuncia.

Aumenta il pericolo “la forte relazione tra il concetto di virilità e il fatto di portare un’arma da fuoco. Per gli uomini, avere un’arma significa comandare, soprattutto su una donna”, sottolinea l’attivista per i diritti umani Africa Matute.

Sabato scorso, Giornata Mondiale dei Diritti Umani, si concludevano i 16 Giorni di Attivismo Contro la Violenza di Genere, iniziati il 25 novembre, Giornata Contro la Violenza sulle Donne.

Nelle regioni del mondo in cui le armi vengono utilizzate in battaglie politiche e religiose, come in Pakistan, “la crescente cultura delle armi porta la società a vivere sul filo del rasoio, soprattutto le donne che ne subiscono gli effetti”, ha dichiarato Shabina Ayaz della Ong Fondazione Aurat.

Il problema “si è aggravato perché gli uomini custodiscono le armi in casa. E spesso vengono utilizzate contro le donne in una società maschilista, dove colpire una donna, anche solo per motivi futili, è considerata una questione d’onore”, ha aggiunto Ayaz, la cui fondazione si dedica alla promozione dei diritti delle donne.

“Le donne hanno paura delle armi in casa, perché sanno che possono essere usate contro di loro. Ma sono gli uomini che decidono se tenerle in casa o no”, evidenzia Amina Khan, dell’organizzazione islamica Awaz.

“La presenza delle armi nel contesto della vita familiare e quotidiana comporta sempre una maggiore possibilità di violenza, che di solito colpisce le persone indifese che, nelle famiglie patriarcali, sono le donne e i bambini”, ha affermato in Messico il presidente della Ong Círculo Latinoamericano de Estudios Internacionales, Luis Gutiérrez.

Una commissione legislativa sul femminicidio in Messico ha stimato che 34.176 donne sono state uccise per motivi di genere tra il 1985 e il 2005 e più del 40 per cento di queste con armi da fuoco. Di queste armi, circa quattro milioni sarebbero detenute illegalmente, la maggior parte importate di contrabbando dagli Stati Uniti.

In Messico, luogo di scontri tra le organizzazioni criminali legate al traffico di droga e di esseri umani, non esistono dati precisi sulla relazione tra la presenza di armi da fuoco e il femminicidio, ma “c’è maggiore violenza contro le donne dove c’è una maggiore quantità di armi, registrate o no”, sostiene Gutiérrez.

I pakistani ottengono facilmente il porto d’armi leggere a Darra Adamkhel, “un centro non controllato di produzione e vendita di armi”, a nord-ovest vicino a Peshawar, secondo le organizzazioni contro la violenza di genere.

Il risultato, ha sottolineato Khan, è che “in Pakistan il 65 per cento degli omicidi di donne avviene con armi da fuoco” e la violenza di genere armata “è diffusa in tutto il paese; persino nelle aree urbane le donne vengono uccise senza pietà”.

Nei paesi caratterizzati da elevati tassi di criminalità, come El Salvador e la Colombia, lo “Studio Globale sull’Omicidio”, pubblicato dalla Unodc in ottobre, ha rilevato elevate percentuali di omicidi nelle strade, frutto della criminalità organizzata, mentre in nazioni con tassi ridotti, come Australia o Norvegia, gli omicidi avvengono nelle case.

La metà degli omicidi di donne in Europa, Australia, Canada, Stati Uniti, Israele e Sudafrica avviene tra le mura domestiche, nel 35 per cento dei casi l’assassino è il marito o ex marito e nel 17 per cento un parente.

Per quanto riguarda gli uomini invece, solo il 5 per cento degli omicidi avviene per mano di mogli o ex mogli, il 10 per cento per mano di altri familiari.

Per la Unodc, questa percentuale di omicidi che hanno come vittime le donne si associano “ai livelli di tensione sottostante la società... alla disoccupazione maschile, al possesso di armi, all’uso di alcool e droghe, alla minaccia di separazione, alla gelosia, al dominio maschile e ad altri fattori di rischio”.

In paesi come il Venezuela “la relazione tra l’aumento del numero di armi da fuoco possedute dalla popolazione e gli omicidi è evidente”, ha dichiarato Cedeño. La media annuale degli omicidi alla fine del XX secolo era di 5mila e negli ultimi anni ha raggiunto i 15mila.

A differenza dei paesi colpiti da conflitti civili, religiosi o tra cartelli internazionali del crimine, in Venezuela è la criminalità debordante - con 1,5 milioni di reati annuali denunciati, un'altra sottostima - ad aver diffuso il possesso di armi e munizioni.

Secondo Cedeño, il monopolio statale Impresa pubblica venezuelana CAVIM produce annualmente 36 milioni di proiettili, ma che però non soddisfano la forte domanda, e perciò è necessario importare altre munizioni facilmente reperibili: in molti casi la vittima di un delitto viene colpita da 10, 20, 30 o più spari.

“È lo Stato che importa più dell’80 per cento delle armi che circolano in Venezuela. Sono 25 mila le armi registrate legalmente”, mentre il 30 per cento degli intervistati affermano di volerne una, “il che dà un’idea del diffuso possesso di armi detenute illegalmente, probabilmente migliaia”, sostiene.

Vittime di questa proliferazione, la famiglia e le donne. Tra il 60 e l’80 per cento delle richieste di aiuto ricevute dalla polizia venezuelana sono per violenza di genere, rivela Cedeño. Una violenza armata. © IPS

* Con il contributo di Ashfaq Yusufzai (Peshawar) e Emilio Godoy (Città del Messico)(FINE/2011)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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