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Ecoturismo per la sopravvivenza del popolo amazzonico
Rafael Acuña Coaquira, inviato speciale

ASUNCIÓN DEL QUIQUIVEY, Bolivia, settembre (IPS) - Il popolo tsimane mosetene, della Amazzonia boliviana, ha trovato in un progetto comunitario di ecoturismo lo strumento per preservare il proprio habitat e modo di vita, un’iniziativa riconosciuta con un premio promosso dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

   
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Rafael Acuña Coaquira/IPS
Foto: Rafael Acuña Coaquira/IPS

L’impresa Comunitaria Mapajo Ecoturismo Indígena “è il risultato di una decisione delle donne e degli uomini della comunità tsimane, per avere delle entrate con cui poter offrire un’educazione ai figli, perché la nostra produzione agricola non bastava”, ha detto a IPS una delle sue dirigenti, Lucía Canare.

La partecipazione attiva delle donne nel progetto, pur se in ambiti concordati con gli uomini, è un grande passo per questo popolo, nel quale donne e uomini hanno da secoli compiti differenziati, e le decisioni sono sempre state in mano agli uomini, in una società in cui la poligamia è una tradizione consolidata.

Il nome dell’impresa è un omaggio al mapajo, l’albero sacro della selva amazzonica boliviana che raggiunge i 40 metri di altezza e sotto il quale crescono molte altre specie da legname della foresta pluviale dei dipartimenti di Beni e La Paz, a ovest e a nord del paese.

“Lavoriamo nei campi, per poi occuparci a turno dell’impresa turistica, e in questo modo ognuno di noi ne beneficia e può adempiere ai propri compiti”, spiega Canare. “I prodotti dei campi ci permettono di sostenere le nostre famiglie” e dall’ecoturismo arrivano delle entrate, “anche se bastano per le spese scolastiche e non molto altro”, dice.

Le donne della comunità hanno seguito dei corsi di cucina e svolgono a turno il lavoro di cameriere, cuoco, conducente di motoveicoli o guide. Canare è chef nella cucina degli alloggi comunitari, che offrono un menù tradizionale a base dei prodotti dei chaco familiari, piccoli campi arati per la semina.

Riso, yuca, platano (banana da cucinare), maní, fagioli, peperoni e canna da zucchero completano il raccolto del chaco, dove le donne cominciano a lavorare la mattina presto dopo aver provveduto alla colazione per la famiglia. Gli uomini contribuiscono con i prodotti della caccia e della pesca, e il tutto si completa con i frutti del bosco.

A Rurrenabaque, il municipio più popoloso dei quattro in cui si dividono i membri delle comunità tsimane e mosetene, è evidente la scarsa connessione di queste popolazioni con la civiltà dominante.

La località si trova ad appena 410 chilometri al nordest di La Paz, ma per percorrere la via che li unisce via terra si impiegano tra le 12 e le 18 ore. E da lì mancano ancora due, tre ore di percorso via fiume per arrivare ad Asunción del Quiquivey.

Circa 290 persone abitano questo villaggio, che si trova vicino alle sponde del fiume Quiquivey, affluente del Beni.

I fiumi sono un elemento fondamentale nella vita dei popoli chimán e mosetén, il nome delle due etnie che nel 1991 si sono riunite nel Consiglio regionale Tsimane Mosetene (CRTM), che coordina 22 comunità e circa 2mila membri delle comunità indigene.

Nel 1997 la vita di Pilón de Lajas, la regione naturale dove vivono gli tsimane e mosetene, è cambiata. Il CRTM ha ottenuto una delle sue principali rivendicazioni: che lo stato boliviano dichiarasse il loro spazio Terra Comunitaria di Origine, che concede loro i diritti su 4mila chilometri quadrati di territorio.

Sono trascorsi 10 anni prima che l’attuale presidente della Bolivia, Evo Morales, consegnasse ufficialmente il titolo di proprietà collettiva al CRTM, che ha permesso al Consiglio di consolidare diversi progetti di produzione, come quello dello sfruttamento della jatata, una palma da datteri tropicale tipica della zona, e altri legati al sviluppo sostenibile dell’Amazzonia.

Già prima del 1977, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) dichiarò riserva di biosfera Pilón de Lajas, che confina con il Parco nazionale Madidi, creando una vasta area protetta.

Vivere in armonia con la natura è una pratica ancestrale dei popoli tsimane mosetene. Per questo sono popolazioni prevalentemente stanziali, senza carenze alimentari, insediate in un’area di sfruttamento della riserva di biosfera, che utilizzano le risorse naturali dell’ambiente circostante per effettuare scambi con i popoli vicini che abitano le terre più alte.

Il tessuto della jatata, le cui grandi palme utilizzate per elaborare caratteristici panni che ricoprono i tetti delle case, è tra i prodotti che vengono forniti anche per altre popolazioni, ha spiegato Clemente Caimani, di 44 anni, cacicco di Asunción e vicepresidente del CRTM.

Anche le donne realizzano prodotti artigianali con i telai, stuoie, ceste e le tipiche borse di paglia che gli abitanti di Pilón de Lajas portano sempre con sé, per i loro utensili.

Nel 2010, il CRTM ha ricevuto l’internazionale Premio Ecuatorial per i suoi successi nella conservazione della riserva di biosfera e il miglioramento della vita delle comunità di Pilón de Lajas, mediante progetti di ecoturismo o di sfruttamento sostenibile delle risorse.

La consegna del premio è in mano alla Iniciativa Ecuatorial, composta da governi e società civile e guidata da diverse agenzie dell’Onu.

“Siamo riusciti a ridurre la povertà nel nostro territorio grazie a progetti di produzione”, ha spiegato Caimani, che ha ricevuto personalmente il premio a New York. I 20mila dollari del premio, ha detto, sono serviti a rafforzare iniziative come quelle dell’ecoturismo di Asunción, la produzione della jatata o del cacao, che hanno migliorato la vita delle comunità preservando il loro habitat.

Caimani ha ammesso che i ruoli dell’uomo e della donna sono molto definiti nella società tsimane mosetene.

“La donna fila, tesse, tinge, fabbrica i fusi e le borse di paglia. L’uomo sarebbe considerato una ‘femmina’ se si dedicasse alle stesse attività, e allo stesso modo una donna non può costruire le frecce o andare a caccia, per esempio”, ha detto.

“Però ci coordiniamo per migliorare la nostra vita e quella dei nostri figli, in armonia con la natura, e questo porta cambiamenti positivi nella famiglie”, ha affermato.

“Non seminiamo grandi estensioni, ma aree sufficienti per alimentarci. La foresta è come un negozio per noi: da lì prendiamo il cibo, la carne di cui abbiamo bisogno, la frutta del bosco e le piante medicinali”, ha spiegato Canare, di 46 anni e madre di 12 figli.

“Per questo la proteggiamo e rifiutiamo che il governo demolisca il nostro lavoro con i suoi megaprogetti, piuttosto chiediamo che ci permettano di continuare a proteggere il territorio”, ha detto.

Ha poi ricordato che ad Asunción come in altre aree di Pilón de Lajas, le minacce dello sviluppo minerario e petrolifero e infrastrutturale sono continue.

“Abbiamo dovuto affrontare molte situazioni difficili, e anche adesso il nostro territorio è minacciato dai megaprogetti del governo attuale, come la diga di Bala e lo sfruttamento petrolifero”, ha detto Canare.

Il progetto idroelettrico di Bala, che il governo ha ripreso in mano dal 2011, inonderebbe l’accesso naturale al territorio indigeno, lasciando senza terra un migliaio di famiglie della zona, minacciate tra le altre cose anche dal crescente sfruttamento petrolifero di Beni, ricco in idrocarburi.

Per gli abitanti di Asunción si tratta di progetti che vanno contro il loro futuro, al contrario di altri, come l’impresa del Mapajo, che lavora orgogliosamente dal 2000. @ IPS (FINE/2012)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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