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L’integrazione latinoamericana dopo Chávez
Roberto Savio*

ROMA, apr 2013 (IPS) - Qual è l’eredità lasciata da Hugo Chávez in America Latina? Il modo migliore per giudicare un capo di stato è analizzare cosa si è lasciato alle spalle dopo la sua morte. Nel caso di Chávez, la sua immagine è offuscata da una serie di pregiudizi ideologici e culturali che ci impediscono di capire chi sia stato veramente.

   
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Gli evidenti errori commessi da Chávez sono stati gonfiati a dismisura per l’estremismo ideologico che lo caratterizzava: era provocatorio al punto da usare l’Iran, la Libia e la Siria per ostentare la sua indipendenza dagli Stati Uniti.

Il suo scopo comunque non era quello di essere riconosciuto come leader internazionale, ma come leader regionale. Per questo ha cercato di mettere in luce qualsiasi cosa potesse mostrare l’impotenza e il declino di Washington.

La sua politica estera, sostanzialmente focalizzata sull’America Latina, era molto semplice: riprendiamo il messaggio del nostro liberatore, Simón Bolívar, per unire il nostro popolo e liberarci dallo storico dominio statunitense.

L’ascesa al potere dell’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush è stato provvidenziale per Chávez: essendo il lato peggiore degli Stati Uniti, Bush era la perfetta dimostrazione di ciò che il presidente venezuelano denunciava. Con Barack Obama, invece, ha dovuto moderare le critiche.

La sua reputazione di paria internazionale non è dovuta al supporto dato a Cuba, che oggi nessuno considera più come una minaccia rivoluzionaria e terroristica.

Ma un capo di stato che abbraccia “i rappresentanti del male”, come il defunto leader libanese Muammar Gheddafi o il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è destinato a suscitare il rifiuto di tutto l’Occidente, non solo degli Stati Uniti.

A questo si è poi aggiunta una mancata comprensione del Venezuela, dato che la prolissità di Chávez e il suo linguaggio inelegante ed informale, sebbene appropriato a stimolare la partecipazione e l’identificazione delle classi più povere, vero obiettivo politico del presidente, è stata interpretata dagli occidentali come demagogia piuttosto che come mezzo di comunicazione. Ma attraverso questa modalità Chávez è riuscito a raggiungere le classi popolari non solo in Venezuela ma in tutta l’America Latina.

Quasi 200mila latinoamericani poveri hanno recuperato la vista grazie a Chávez, che nei paesi limitrofi ha pagato gli interventi di cataratta, eseguiti da drappelli di medici cubani. (I cubani sono rimasti sconcertati nel sapere che il sergente Mario Terán, giustiziere dell’icona rivoluzionaria Che Guevara a La Higuera, era tra i beneficiari dell’iniziativa in Bolivia).

È un dato di fatto che, grazie a Chávez, l’America Latina ha fatto notevoli passi avanti verso l’integrazione. Il suo nome è associato all’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), all’Alleanza Boliviana per le Americhe (ALBA), alla BanSur (Banca del Sud) e alla spinta che l’incorporazione del Venezuela ha dato al Mercato comune del Sud (Mercosur).

È facile etichettare tutto questo come populismo. Ma le etichette non bastano a cancellare una scomoda verità: in America Latina la classe media è di gran lunga meno numerosa delle classi povere. E i politici tradizionali si sono interessati soltanto alla borghesia, se non addirittura solo all’elite.

Lo spostamento a destra del paese nell’ultimo decennio è certamente una conseguenza del brutale impatto delle politiche neoliberiste dei decenni precedenti; ma anche dell’ingresso sulla scena politica dei contadini locali e delle fasce più povere della popolazione.

Ecco perché l’eredità lasciata da Chávez è molto più ricca di quanto possa sembrare. Il Venezuela dovrà necessariamente fare dei tagli alla solidarietà internazionale (una prospettiva preoccupante soprattutto per Cuba), e smetterà di essere un modello nello scenario politico locale.

D’altra parte nell’era della globalizzazione, lo sforzo di riprendere gli ideali bolivariani è inevitabile e rappresenta un’autentica alternativa al tradimento del liberatore da parte delle elite del tempo. (Come disse lo stesso Bolivar, “colui che serve una rivoluzione sta arando nel mare”).

Solo l’egoismo delle elite può spiegare come l’America Latina, che è sostanzialmente una regione omogenea, più dell’Europa e dell’Africa, per non parlare dell’Asia, non si sia integrata in modo da risultare più fortemente ed efficacemente competitiva a livello mondiale.

Mentre l’influenza geopolitica in questo secolo si sta spostando verso l’Asia, dove solo la Cina e l’India prese individualmente sono più potenti di tutta l’America Latina, è in quest’ultima regione che si stanno forgiando nuove politiche e nuovi sentieri per una democrazia più partecipativa, non in Europa, Africa o Asia.

È difficile dire se l’America Latina riuscirà a trovare la strada per l’unità. In questo senso, Chávez ha fatto molto più di qualsiasi altro capo di stato della storia recente. È questa la sua eredità. Solo il tempo saprà dire se ha arato il mare.

Se sì, Hugo Chávez passerà alla storia come un sognatore frustrato, e certi dettagli come la sua amicizia con Ahmadinejad, la sua eccessiva prolissità o il suo linguaggio volgare non basteranno a spiegare il fallimento dell’unità latinoamericana. Di questo è responsabile l’intera classe politica e il suo egocentrismo nazionale.

*Roberto Savio è il fondatore e presidente emerito dell’agenzia stampa Inter Press Service (IPS) e direttore di Other News.(FINE/2013)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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