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INFANZIA-BRASILE
Bambini abbandonati, figli dell’indifferenza
Mario Osava

RIO DE JANEIRO, 23 febbraio 2006 (IPS) - Una realtà familiare priva di affetto, fatta di maltrattamenti e anche di violenza precede di solito l’abbandono di neonati, un fenomeno piuttosto frequente in Brasile, dove nelle ultime settimane hanno avuto ampia risonanza alcuni episodi tragici.


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Contrariamente all’opinione diffusa secondo cui la povertà sarebbe all’origine di simili gesti, uno studio dell’Università federale di Paraná ha rivelato che le madri che abbandonano i propri figli lo fanno soprattutto per “aver sviluppato altri valori in un passato di negligenza familiare”, come conferma Lidia Dobrianskij Weber, docente di psicologia e coordinatrice della ricerca.

La vicenda ha riscosso particolare interesse dopo il 28 gennaio, quando dalla laguna Pampulha, a Belo Horizonte, capitale dello stato sud-occidentale di Minas Gerais, è stata ripescata viva una neonata di due mesi, gettata in acqua dentro un sacchetto di plastica. Un pezzo di legno attaccato al sacchetto le ha permesso di galleggiare finché alcune persone, accorgendosi dei lamenti inizialmente scambiati per i miagolii, non l’hanno trovata e tratta in salvo.

Questo evento sorprendente è stato ripreso in un video girato da uno dei “salvatori”, e la notizia trasmessa in televisione ha suscitato un impatto ancora più forte, con un’ondata di indignazione nazionale contro la madre, arrestata per tentato omicidio, mentre centinaia di persone hanno espresso il desiderio di adottare la bambina.

Nei giorni successivi, come un’epidemia, sono emersi altri casi di neonati abbandonati o morti. Una bambina appena nata lasciata davanti alla porta di un’abitazione del ceto medio nella stessa città di Belo Horizonte, e un’altra trovata morta in uno stagno alla periferia della città di Porto Alegre nel sud del Brasile, hanno continuato a scuotere il paese.

Altri casi, di neonati vivi o morti ritrovati in diverse città del paese, hanno alimentato i notiziari allarmanti delle ultime settimane, come per il caso di una bambina di un anno e mezzo portata in ospedale con segni visibili di violenza, sempre a Belo Horizonte.

A San Paolo, nel sud del paese, 67 bambini e bambine abbandonati sono stati accolti in rifugi del comune del Segretariato municipale di assistenza sociale tra novembre e gennaio.

Gli abbandoni in cliniche di maternità, strade o chiese sono però molto più numerosi di quanto riportato dalla stampa, interessata soltanto ai “casi più drammatici” o che possono avere un maggiore impatto, come quello di Pampulha, ha osservato Weber, che da molti anni si occupa di infanzia abbandonata e delle adozioni in questo paese di più di 184 milioni di abitanti.

Ad esempio, l’esperta cita il caso di un orfanotrofio di Curitiba, capitale dello stato meridionale di Paraná, dove lei vive, e dove ha scoperto che 24 dei 28 bambini accolti durante l’anno erano stati abbandonati. Molti casi, inoltre, si nascondono dietro l’adozione illegale, in cui i neonati vengono registrati come figli biologici della coppia che li riceve.

La ricerca, effettuata da Carolina dos Santos per la sua tesi di laurea, e coordinata dalla Weber, si basava su dialoghi e questionari composti da 70 domande rivolte a 21 donne che hanno abbandonato i loro figli e altre 21 che avevano deciso di tenerli, tutte povere e residenti in quartieri emarginati, le “favelas” di Curitiba. “Le condizioni economiche erano identiche”, ha assicurato la psicologa.

Il diverso trattamento che i due gruppi di madri avevano ricevuto nelle rispettive famiglie da bambine o adolescenti è risultato evidente. Le prime sono cresciute senza cure, senza attenzioni, “mai elogiate” ma anzi disprezzate e spesso malmenate, al contrario delle altre che, nonostante le difficoltà economiche, hanno tenuto i loro figli.

“Abbiamo imparato a trattare i nostri figli così come siamo state trattate noi; amiamo, se nella vita abbiamo ricevuto amore”: è un elemento culturale che si riproduce e che “si perpetuerà, se non c’è un sostegno, un intervento familiare che interrompe questo processo”, ha dichiarato la docente.

Il comportamento delle donne che hanno rinunciato ai loro figli denota valori diversi da quelli comunemente riconosciuti dall’opinione pubblica. Non si sono rifiutate di rispondere apertamente alle domande, hanno ammesso l’abbandono senza sensi di colpa, giustificandolo con il desiderio di “andare alle feste” o al fastidio di allevare bambini, ha spiegato la Weber.

In entrambi i casi, i figli abbandonati erano cinque, e una madre ha raccontato di aver semplicemente dimenticato il proprio bebè in una sala biliardo.

“Non le si può tuttavia giudicare in base ai nostri valori, ai nostri punti di riferimento”; bisogna piuttosto comprendere la situazione e tentare di fare in modo che il processo non si ripeta”.

I tanti abbandoni riempiono gli orfanotrofi e le altre istituzioni per bambini senza famiglia, creando un paradosso. In Brasile le persone fanno la fila per adottare un figlio, nonostante ci siano centinaia di migliaia di minori privati di una famiglia.

La maggior parte non può essere adottata, perché i genitori mantengono la patria potestà, anche se sono totalmente assenti e lasciano i loro figli biologici rinchiusi per anni senza mai andare a trovarli.

È attualmente in discussione una legge per definire l’abbandono, che sospenda il diritto dei genitori dopo un certo periodo di tempo in cui non si sono assunti le loro responsabilità, consentendo così l’adozione dei figli. Con alcune eccezioni, le istituzioni di accoglienza non offrono un trattamento adeguato per evitare che la mancanza di affetto si riproduca.

Ma ciò che manca è soprattutto l’informazione, ha sottolineato la Weber. Queste madri con gravidanze indesiderate non sanno che disfarsi dei figli illegalmente, lasciandoli per strada o scappando dalle cliniche di maternità dove lasciano dati e indirizzi falsi, non è l’unica strada. Possono affidarli ai giudici tutelari, senza impedire, in questo modo, l’adozione. (FINE/2006)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile ma non riproducibile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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