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MEDIO ORIENTE
Bambini palestinesi torturati dagli israeliani
Nora Barrows-Friedman

CAMPO PROFUGHI DHEISHEH, West Bank occupata, 11 aprile 2007 (IPS) - Mohammed Mahsiri, che abita nel campo profughi di Dheisheh, nella West Bank occupata, è seduto in un caffè affollato, una kefia rossa intorno al collo e un classico ritratto di Che Guevara sulla maglietta nera.

   
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Circa un anno e mezzo fa, ha raccontato all’IPS, passeggiava per strada con un amico, quando alcune jeep dell’esercito israeliano li hanno circondati e gli hanno intimato di fermarsi, costringendoli a salire sul veicolo.

“Sono stato portato in un centro di detenzione e interrogato”, ha proseguito Mohammed. “L’interrogatorio cominciò alle 2 del pomeriggio per finire dopo le 23. Mi picchiavano di continuo, soprattutto se i soldati non ottenevano le risposte che volevano”.

”Poi mi consegnarono ad altri soldati, che continuarono a malmenarmi, costringendomi a rimanere sotto la pioggia vestito solo con abiti leggeri. Cercavano di convincermi di aver fatto qualcosa che non avevo fatto, per estorcermi la confessione che volevano. Dopo un mese di torture nel centro di detenzione, mi hanno messo in prigione per 13 mesi”.

Le immagini scioccanti delle torture nei centri di detenzione e nelle basi militari Usa in Iraq e Afghanistan hanno indignato i popoli di tutto il mondo, ma i palestinesi dicono di aver subito lo stesso trattamento nei centri israeliani per gli interrogatori, dopo l’occupazione di West Bank e Gaza nel 1967.

La storia di Mohammed Mahsiri è diversa. Ha dovuto subire torture fisiche e psicologiche durante gli interrogatori e dalle guardie delle carceri israeliane, quando non aveva ancora compiuto 17 anni.

Sono state diffuse diverse testimonianze e documentazioni sui centri di detenzione e i campi di prigionia: i rapporti dei gruppi per i diritti umani e gli osservatori riferiscono violazioni sistematiche del diritto internazionale subite dai minori palestinesi, come tortura, interrogatori, percosse fisiche, condizioni di vita deplorevoli e assenza di un giusto processo.

Secondo le direttive dell’esercito israeliano in vigore nella West Bank occupata e a Gaza, i palestinesi di età superiore ai 16 anni vengono considerati adulti, mentre in Israele la maggiore età si raggiunge a 18 anni - nonostante Israele abbia firmato la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, che definisce “minore” ogni individuo di età inferiore a 18 anni.

Per di più, i bambini palestinesi oltre i 14 anni di età vengono giudicati dai tribunali militari israeliani come gli adulti, e spesso vengono messi in prigione insieme agli adulti. E queste sono esplicite violazioni del diritto internazionale.

Secondo gli ultimi dati di un gruppo indipendente, 398 bambini palestinesi sarebbero attualmente detenuti nei centri di detenzione e nelle prigioni israeliane. Ayed Abuqtaish, coordinatore di ricerca presso gli uffici di Ramallah di Defence for Children International, ha segnalato all’IPS che il detenuto più giovane ha appena 14 anni.

”Di solito, le truppe israeliane irrompono nella casa del minore nel mezzo della notte, per terrorizzare il bambino e la sua famiglia”, ha detto Abuqtaish all’IPS. “Diversi soldati e veicoli israeliani circondano la casa, mentre altri soldati fanno irruzione con la forza”.

“Spaventano il minore per prepararlo all’interrogatorio, e dopo averlo portato nel centro interrogatori utilizzano diversi metodi di tortura”.

Sono stati riportati molti casi di percosse fisiche, ha proseguito Abuqtaish; “ma attualmente, si concentrano soprattutto sulla tortura psicologica, come privazione del sonno, o di cibo e acqua; (i minori vengono confinati in celle di) isolamento, oppure li minacciano di demolire la loro casa o di arrestare altri membri della famiglia. Le vittime hanno anche riferito di aver subito minacce di abusi sessuali da parte degli israeliani che li interrogavano”.

Israele ha difeso strenuamente la propria politica inquisitoria in prigioni e centri di detenzione, definendoli uno strumento necessario contro la guerra al terrore. Nel 1987, secondo la Commissione d’inchiesta israeliana Landau, lo Stato ha stabilito che “un moderato grado di pressioni, come le pressioni fisiche, allo scopo di ottenere informazioni cruciali, è inevitabile in determinate circostanze”.

“Lo Stato di Israele ha aderito alla Convenzione internazionale contro la tortura”, ha detto Abuqtaish. “Nei suoi rapporti alla commissione, Israele dice sempre che il suo uso di ‘moderate pressioni fisiche’ è conforme agli obblighi del trattato; tuttavia, inutile dirlo, ‘moderate pressioni fisiche’ significa chiaramente tortura”.

Il sistema carcerario israeliano non fornisce ai minori palestinesi nessuna consulenza legale, e nega loro quasi tutti i diritti, secondo alcuni avvocati coinvolti.

L’avvocato svedese Arne Malmgren ha lavorato come osservatore legale nei tribunali militari israeliani durante i processi a diversi minori palestinesi. “Il sistema dei tribunali israeliani non assomiglia a nessun altro sistema al mondo”, ha detto Malmgren all’IPS. “Il personale militare israeliano, il giudice, l’accusa, l’interprete - sono tutti in uniforme militare. E poi ci sono tantissimi soldati armati all’interno dell’aula”.

“I più piccoli entrano in aula ammanettati e incatenati; possono esserci fino a sette bambini nello stesso momento in tribunale. Un avvocato lo ha definito un vero e proprio mercato del bestiame. Il processo è più che altro un patteggiamento - prima del procedimento, accusa e difesa hanno già concordato la sentenza, e si limitano a chiedere il consenso del giudice, che quasi sempre ottengono”.

”Non ci sono testimoni, niente. E la cosa peggiore è ciò che accade ai bambini e alle bambine prima che entrino in aula, cioè quando li interrogano per fargli firmare confessioni su fatti che potrebbero anche non aver commesso”.

Mentre proseguono i negoziati tra palestinesi e israeliani per un possibile accordo di scambio di prigionieri che prevede il rilascio di tutte le donne e i bambini palestinesi in cambio di un soldato israeliano catturato dai gruppi palestinesi a Gaza lo scorso giugno, molti palestinesi, tra cui Mohammed Mahsiri, sperano di veder tornare a casa i loro cari, parenti e amici.

”Quando sono stato rilasciato, è stato il più bel giorno della mia vita”, ha raccontato Mahsiri all’IPS. “Venivamo picchiati tutti i giorni. Il cibo era cattivissimo. Era la cosa peggiore. Nessun bambino dovrebbe mai provarlo”. (FINE/2007)

Diritti riservati. Articolo liberamente consultabile.
Se siete interessati alla pubblicazione, scrivete a: fbuffo@ips.org 

 

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