13:10 GMT  

:
Dal conflitto religioso alla comunità interreligiosa


Kanya D'Almeida


Anurup Titu/IPS
Foto: Anurup Titu/IPS

Uomini eletti con i loro testi sacri hanno intriso di lacrime e sangue la storia dell’umanità. Dalle oscurità di templi pacifici, le persone sono state istigate ad imbracciare torce e forconi; da torri e minareti, messaggi di odio hanno fluttuato sopra i capi chini dei devoti in preghiera. Troppo a lungo la religione ha incitato alla violenza e alimentato il conflitto.

NAZIONI UNITE, lug, 2013 (IPS) -
Ma una nuova alleanza sta cercando di invertire la rotta, radunando i fedeli di diverse religioni per superare, attraverso il dialogo, l’abisso tra “il tuo Dio” e “il mio Dio”, nel tentativo di dare forma ad una comunità interreligiosa globale.

“Il conflitto religioso non esiste”, ha dichiarato Faisal Bin Abdulrahman Bin Muaammar, segretario generale dell’organizzazione intergovernativa KAICIID, in un incontro con la stampa a New York a giugno. “La religione rifiuta il conflitto. La violenza in nome della religione è violenza contro la religione”.

Il Centro Internazionale Re Abdullah bin Abdulaziz per il dialogo interreligioso e interculturale (KAICIID) è un’organizzazione indipendente riconosciuta dall’Onu fondata da Arabia Saudita, Austria e Spagna, cui aderisce anche la Santa Sede in qualità di "Osservatore Fondatore".

Il Consiglio di Amministrazione è formato dai capi religiosi delle cinque principali fedi a livello mondiale (cristianesimo, islamismo, giudaismo, induismo e buddismo), che insieme puntano a promuovere un processo dal basso verso l’alto coinvolgendo organizzazioni e leader religiosi locali nel mantenimento della pace, prevenzione dei conflitti e sviluppo.

Secondo le stime del Centro, otto persone su dieci nel mondo si identificano con una qualche forma di religione organizzata, e quasi tutti si definiscono pacifisti.

Purtroppo, sostiene bin Muaammar, politici ed estremisti hanno “sequestrato” la natura tollerante e pacifica della pratica religiosa per i loro scopi spesso violenti e distruttivi.

Solo attraverso il dialogo costante, ha aggiunto, si può riuscire a superare le proprie paure dell’“Altro”, e lavorare per un mondo più inclusivo e tollerante.

L’emergere del centro KAICIID sullo scenario globale arriva al momento opportuno: secondo un nuovo studio dell’indipendente Pew Research Center, che ha interessato 198 paesi, ossia il 99,5 percento della popolazione mondiale, le ostilità sociali connesse alla religione sono in aumento in tutti i continenti tranne le Americhe.

Secondo il rapporto, “il numero dei paesi coinvolti in violenze terroristiche associate alla religione è raddoppiato negli ultimi sei anni: mentre nel 2012 colpivano un paese su cinque (il 20 percento), nel 2007 riguardavano solo il 9 percento dei paesi”.

La metà dei paesi in Medio Oriente e Nord Africa sono state vittime di violenza settaria nel 2012, portando la media globale dei paesi che hanno subito simili ostilità al 18 percento, dall’otto percento del 2007. In un unico anno, tra il 2011 e il 2012, il numero dei paesi gravemente colpiti da conflitti religiosi è passato da 14 a 20, e per sei di questi paesi (Siria, Libano, Bangladesh, Tailandia, Sri Lanka e Birmania) questo tipo di scontri è stato relativamente scarso nel 2011 rispetto al 2012.

La situazione è peggiorata anche per le minoranze religiose dove, secondo uno studio, il 47 percento dei paesi analizzati ha registrato episodi di abusi sulle minoranze, dal 38 percento del 2011.

“Nello Sri-Lanka a maggioranza buddista, per esempio, i monaci hanno attaccato luoghi di culto musulmani e cristiani, arrivando a colpire perfino una moschea nella città di Dambulla nel 2012...”, si legge.

Un quadro sconfortante ma che potrebbe facilmente cambiare, secondo il centro KAICIID, il cui segretario generale ha incontrato a fine giugno il capo dell’Onu Ban Ki-moon per delineare possibili collaborazioni tra l’ente mondiale e il gruppo intergovernativo, con lo scopo di fermare la violenza religiosa.

Sulla carta, le Nazioni Unite sono già impegnate sul terreno della comprensione interreligiosa e la pace attraverso il dialogo. Agenzie come l’Alleanza delle Civiltà (Unaoc) hanno la specifica missione di “promuovere la comprensione tra i diversi paesi o gruppi identitari, con l’obiettivo di prevenire il conflitto e incoraggiare la coesione sociale”.

Ma gli alti ideali non sono realizzabili senza un preciso impegno a coinvolgere la base, come evidenzia il lavoro di KAICIID. Solo al suo secondo anno di attività, l’organizzazione ha già visto risultati tangibili, tra cui un positivo dialogo interreligioso nella Repubblica Centrafricana, che ha visto centinaia di morti e oltre 500mila sfollati dall’inizio del conflitto, nel 2012.

“Dall’inizio di maggio lavoriamo con i leader religiosi della Repubblica Centrafricana, mettendoli in contatto con i capi religiosi di altri paesi africani, e al tempo stesso lavorando in tandem con altre organizzazioni che svolgono un lavoro analogo”, ha detto all’IPS Hillary Wiesner, responsabile dei programmi di KAICIID.

“Lavoriamo con le comunità religiose dal di dentro, non come un’istituzione laica dall’esterno”, ha aggiunto, assicurando che questo approccio contribuisce a creare un senso di fiducia tra l’organizzazione e i capi religiosi locali.

E questo è cruciale, insiste, dal momento che “le organizzazioni religiose rappresentano nell’insieme il più ampio gruppo di società civile attivo al mondo”.

Secondo Katherine Marshall, direttrice esecutiva del World Faiths Development Dialogue WFDD (Promozione del Dialogo tra le Religioni del Mondo), che si occupa di colmare il divario tra religione e sviluppo laico, “tra il sette e il 70 percento dei servizi sanitari nell’Africa sub-sahariana sono forniti da organizzazioni legate alla religione”.

“Queste istituzioni insieme rappresentano il servizio di distribuzione più ampio al mondo”, ha detto all’IPS, aggiungendo che le organizzazioni religione sono indispensabili per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM) di riduzione della povertà, stabiliti da 193 membri dell’Onu più di dieci anni fa.

Da uno studio della Banca mondiale è emerso che le organizzazioni basate sulla fede in tutta l’Africa colmano i vuoti lasciati dallo Stato. L’agenzia evangelica di sviluppo “World Vision”, ad esempio, ha ricevuto nel 2002 una somma di 1,25 miliardi di dollari di aiuti per l’Africa.

In Malawi, il Comitato del Servizio Cristiano delle Chiese operava con un budget annuale che superava quello dei fondi per lo sviluppo del governo. E in Sud Africa la Chiesa Cattolica forniva più farmaci antiretrovirali alle persone affette da Hiv/Aids dello Stato.

Troppo spesso il grosso potenziale di queste organizzazioni si svigorisce nei resoconti degli aspetti negativi, che dominano le prime pagine della stampa mondiale. “L’esempio attuale più lampante sono le leggi anti-gay in Uganda e Nigeria, per non parlare dei conflitti nella Repubblica Centrafricana o in Mali”.

“Per questo serve prima di tutto conoscenza e poi analfabetismo religioso”. Troppe poche persone che lavorano nel campo dello sviluppo sono informate delle complessità della vita religiosa, ad esempio dove si tenga la Conferenza dei Vescovi Cattolici, o la differenza tra un musulmano sunnita e uno sciita.

L’altra tessera mancante, sostiene, è il ruolo delle donne religiose nel mantenimento della pace. “Le donne legate alla religione - che siano le suore o le musulmane – tendono ad essere invisibili [...] perché non hanno una posizione formale, ma tantissima dell’attività che svolgono è il contributo più importante per la pace”.

Come osserva Wiesner, “la religione non può essere ridotta a una sottocategoria della cultura; le dimensioni religiosa e spirituale nella vita degli individui e nella società sono molto più profonde di questo. Dobbiamo promuovere modi responsabili di vivere queste religioni per il progresso di tutti i popoli”.

(Traduzione e editing di Francesca Buffo)(FINE/2014)

 

Contattaci - Missione - Chi Siamo - Copyright © 2018 IPS-Inter Press Service.