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José Graziano da Silva

SANTIAGO, 28 giugno 2011 (IPS) - Luiz Inácio Lula da Silva lanciò il programma Fame Zero quando salì alla presidenza nel gennaio 2003, e si impegnò a garantire tre pasti al giorno per tutti i brasiliani.
 
Io ero a capo dell’équipe responsabile del programma, e Lula mi affidò la sua esecuzione come ministro della Sicurezza alimentare e lotta contro la fame.

I successi del modello di sviluppo ottenuti con Fame Zero sono evidenti: in cinque anni, 24 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema, e la denutrizione si è ridotta del 25 percento.

Non solo il prodotto interno lordo del Brasile è in aumento, ma più persone stanno beneficiando di questa crescita. L’inclusione sociale ed economica è la ragione principale che ha permesso al paese di far fronte alla recente crisi meglio di altri paesi.

Come nuovo Direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), tra le mie priorità vi è al primo posto lo sradicamento della fame nel mondo. Sono convinto che sia un obiettivo raggiungibile.

Il secondo pilastro del mio programma è promuovere il cambiamento verso sistemi di produzione alimentare sostenibili, che permettano di mantenere in buone condizioni le risorse naturali come suolo, acqua, biodiversità, clima, necessari per assicurare cibo ai nostri figli e nipoti.

Come terzo pilastro, cercherò di far sì che la FAO e gli altri organismi internazionali assicurino una gestione equa del sistema alimentare mondiale.

Qualcuno mi chiede il perché di un programma tanto ambizioso, mentre il mondo è attraversato da gravi crisi, come quelle derivanti dall’aumento dei prezzi di cibo e petrolio, da una lenta crescita economica, dal cambiamento climatico, dalla scarsità di terre e di acqua.

Credo che mettere fine alla fame, raggiungere l’obiettivo di una produzione alimentare sostenibile e migliorare la governance globale sono parte della soluzione a queste crisi.

Mangiare è una necessità talmente fondamentale della nostra esistenza, che sembra strano poter mettere in dubbio una proposta tanto sensata come quella che la FAO - creata nel 1945 per mettere fine alla fame nel mondo - faccia ogni sforzo possibile per aiutare a garantire che tutti nel mondo abbiano accesso a tre pasti completi al giorno.

Quasi un miliardo di persone - uno ogni sette abitanti del pianeta - soffre la fame cronica. Non per mancanza di alimenti, ma perché non guadagnano a sufficienza per pagare il cibo necessario. Sono persone che vivono nella trappola della fame, alla quale non riescono a sfuggire solo con i propri mezzi.

Come sa bene chiunque abbia saltato qualche pasto, la fame debilita il corpo e riduce la concentrazione. Sul lungo periodo ha effetti funesti. Agli adulti impedisce di lavorare e ai bambini di imparare a scuola.

Le persone che soffrono di denutrizione sono più vulnerabili alle malattie, e la loro speranza di vita è bassissima. Se una madre soffre la fame durante la gravidanza e non è in grado di offrire cibo sufficiente ai propri figli prima del secondo anno di vita, questi subiranno danni per tutta la loro esistenza.

C’è chi dice che le persone hanno fame per colpa loro. Ma la maggior parte degli affamati è vittima involontaria di processi economici globali e nazionali, che hanno l’effetto collaterale di ampliare il divario tra ricchi e poveri.

Sappiamo che investire nello sradicamento della fame, in particolare con programmi che offrano sovvenzioni alle famiglie molto povere per permettere che si alimentino in modo adeguato, non è carità ma un investimento molto produttivo.

I risultati sono migliori quando sono le donne a gestire i sussidi. Questo tipo di tutela sociale permette alle persone di stare in piedi sulle proprie gambe e di avviare un processo di progresso economico soprattutto dove è più necessario, nelle comunità più povere.

Il conseguente aumento della domanda di cibo stimola la produzione locale, che a sua volta favorisce i piccoli agricoltori, se beneficiari di un adeguato sostegno. L’azione pubblica è fondamentale per raggiungere questa meta.

Dopo essermi occupato di sviluppo per più di trent’anni, so che incrementare la produzione nelle comunità povere ha molti effetti positivi, anche al di là delle stesse comunità. Come molti altri, sostengo che l’accesso a una adeguata alimentazione sia un diritto umano.

Come economista, so anche che la soddisfazione di questo diritto per centinaia di milioni di persone non solo metterà fine a sofferenze inutili su larga scala, ma sarà anche il segno di una nuova era di prosperità mondiale, e contribuirà al conseguimento di una pace duratura.

Non è un’illusione. Ho visto con i miei occhi quello che avviene nei paesi che hanno affrontato con serietà il problema della fame. Potete chiedere a qualunque abitante del Ghana, a un vietnamita o a un brasiliano dell’impatto dei programmi contro la fame nei loro paesi, e sicuramente vi confermerà le mie impressioni. © IPS (FINE/2011)


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