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Michelle Tullo

WASHINGTON, 24 aprile, 2014 (IPS) - Alla vigilia dell’incontro sul Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) che si terrà la prossima settimana presso il quartier generale delle Nazioni Unite a New York, più di cento rappresentanti di undici gruppi religiosi da tutto il mondo si sono impegnati ad incrementare i loro sforzi per raggiungere l’abolizione globale delle armi nucleari.
 
Tra i partecipanti riunitisi questo giovedì al United States Peace Institute (Istituto per la Pace degli Stati Uniti) figure di spicco delle religioni buddista, cristiana, ebrea e musulmana hanno affermato che i loro princìpi insegnano che la minaccia posta dalle armi nucleari è “inaccettabile e dev’essere eliminata”.

A condurre l’evento la Soka Gakkai, un’organizzazione internazionale buddista con sede in Giappone formata da gente comune.

Secondo una dichiarazione emessa alla fine della giornata di convegno, “la costante presenza di armi nucleari obbliga l’umanità a vivere nell’ombra di una distruzione apocalittica”.

“I numeri o le statistiche non riescono a trasmettere pienamente le catastrofiche conseguenze di un qualsiasi utilizzo di armi nucleari; è una realtà che travalica sia il potere dell’analisi razionale sia quello della nostra immaginazione.”

Tra i firmatari della dichiarazione, i rappresentanti di associazioni come la Muslim American Citizens Coalition and Public Affairs Council (MACCPAC), il Friends Committee on National Legislation (FCNL) e Pax Christi International.

Alla base dell’organizzazione di questo convegno, ultimo di una serie di incontri sull’impatto umanitario delle armi nucleari, c’è il fatto che delegati da tutto il mondo sono in procinto di riunirsi a New York per l’NPT PrepCom (Comitato preliminare per l’NPT) che si terrà dal 28 aprile al 9 maggio. Questo incontro servirà a porre le basi per la Review Conference (Conferenza di Revisione) del 2015, anch’essa ospitata a New York, sulla realizzazione degli obiettivi di non proliferazione dell’NPT e la definitiva eliminazione delle armi nucleari.

“La teoria della deterrenza nucleare non funziona più come una volta. L’unica via per ridurre la minaccia delle armi nucleari è quella di creare un’era in cui non ci siano più armi nucleari”, ha detto all’IPS Hirotsugu Terasaki, vice presidente della Soka Gakkai e direttore esecutivo del Dipartimento di Pace della Soka Gakkai Internazionale.

“Il presidente della nostra organizzazione ha detto: ‘Le armi nucleari non sono un male necessario, sono un male assoluto’”.

Accelerare il processo

Uno degli scopi del meeting di giovedì era quello di analizzare gli effetti fatali delle armi nucleari, incluse quelle conseguenze che vanno oltre all’immediato fallout derivante da un attacco nucleare.

Ad esempio, nel suo discorso d’apertura, il Dott. Andrew Kanter (ex direttore di Physicians for Social Responsibility, Medici per la Responsabilità Sociale) ha esposto ai partecipanti le scoperte scientifiche circa il fatto che anche una piccola detonazione potrebbe causare una carestia letale molto ampia poiché provocherebbe una accelerazione dei cambiamenti climatici e il blocco globale dell’agricoltura.

Altri hanno discusso della necessità di coinvolgere i cinque Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti in un più ampio confronto. Il primo passo sarà quello di presentare la dichiarazione di giovedì alla presidenza dell’NPT PrepCom la prossima settimana.

“Dobbiamo ripensare a ciò che intendiamo con sicurezza e a come viviamo la sicurezza”, ha detto Marie Dennis, co-presidentessa di Pax Christi International. “In quanto comunità fondate sulla fede, siamo nella posizione di porre questo tipo di domande”.

Dal 1970, anno in cui l’NPT è diventato effettivo, le regolari conferenze di revisione hanno prodotto pochi successi, escludendo il Trattato di bando complessivo dei test nucleari (CTBT), che proibisce qualsiasi esplosione nucleare – incluse quelle (come avvenuto nelle Isole Marshall) a scopo di test.

Inoltre, i cinque firmatari in possesso di armi nucleari si sono incontrati ogni anno a partire dal 2009; la scorsa settimana si sono incontrati a Pechino, dove hanno riaffermato gli impegni presi in passato e fissato un quadro di report per condividere i progressi nazionali sul rispetto dei trattati stipulati.

Tra i presenti all’incontro di giovedì c’era anche Anita Friedt, funzionaria di politica nucleare al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. La donna ha descritto alcune delle ragioni per cui l’abolizione del nucleare è stato un processo così lento e scoraggiante.

“Perché non possiamo semplicemente fermarci e abbandonare le armi nucleari? È davvero una questione molto difficile”, ha detto la Friedt.

“Se dicessimo soltanto che oggi abbiamo deciso di abbandonare le armi nucleari, per forza di cose non ci sarebbe nessun incentivo per gli altri Paesi a fare lo stesso. Purtroppo, è più complicato di quanto sembri all’apparenza”.

Si prospettano inoltre importanti sfide burocratiche per le negoziazioni NPT in corso. Il Congresso degli Stati Uniti, ad esempio, non ha ratificato il CTBT nel 1999 e ha ratificato a fatica il Trattato “New START” firmato dal Presidente Barack Obama nel 2010 (si tratta di un accordo strategico di riduzione delle armi tra Stati Uniti e Russia).

“Stiamo andando a un ritmo più lento di quello che vorrei; stiamo andando a un ritmo più lento di quello che il nostro Presidente vorrebbe”, ha detto la Friedt.

Ad ogni modo, secondo Terasaki della SGI, le comunità religiose internazionali si trovano proprio nella posizione di far ampiamente leva per cercare di influenzare e velocizzare questo processo. L’incontro di giovedì, ha evidenziato, ha rappresentato la prima volta in cui si è svolto questo tipo di confronto negli Stati Uniti.

“Vogliamo aiutare a ri-energizzare la voce delle comunità religiose”, ha detto, “ed esplorare nuove strade per far maturare una consapevolezza comune sulla natura disumana delle armi nucleari”.

L’obbligo di disarmo

Il convegno si è tenuto nello stesso giorno in cui le Isole Marshall hanno presentato una causa legale senza precedenti alla Corte di Giustizia Internazionale contro gli Stati Uniti e otto altri paesi in possesso di armi nucleari per non aver onorato il loro impegno nei confronti dell’NPT e delle leggi internazionali.

David Krieger, presidente della Nuclear Age Peace Foundation e consulente per la causa mossa dalle Isole Marshall, ha detto a IPS: “L’Articolo VI [dell’NPT] definisce il dovere di condurre i negoziati in buona fede allo scopo di porre fine alle armi nucleari e per il disarmo”.

“Questa causa legale prova che ciascuno degli stati in possesso di armi nucleari sta rinnovando il suo arsenale nucleare. Non si può rinnovare il proprio arsenale e dire che si sta negoziando in buona fede”.

Attualmente sono cinque i paesi che hanno preso parte all’NPT: Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. Tuttavia, le Isole Marshall hanno accusato anche India, Israele, Corea del Nord e Pakistan, affermando che tali paesi sono tenuti a rispettare gli stessi provvedimenti sul disarmo nucleare poiché soggetti alle leggi internazionali.

La piccola nazione insulare, parte della Micronesia (nell’Oceano Pacifico), non ha avviato le cause per ottenere un compenso economico. Piuttosto, il suo governo vuole che la Corte Internazionale di Giustizia dichiari che i nove paesi stanno violando le condizioni siglate nei trattati e che emetta un’ingiunzione restrittiva ordinando loro di cominciare a negoziare in buona fede.

Secondo Krieger le Isole Marshall hanno “sofferto profondamente” a causa dei test nucleari effettuati dagli Stati Uniti tra il 1946 e il 1958.

“Non vogliono che nessun altro paese o popolo soffra le conseguenze che hanno sofferto loro”, ha riferito, sottolineando che dalla fine dei test nucleari gli abitanti delle Isole Marshall hanno patito effetti negativi sulla salute per generazioni, tra cui bambini nati morti e tassi di cancro incredibilmente alti.

Dei nove paesi in possesso di armi nucleari solo il Regno Unito, l’India e il Pakistan hanno accettato la giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia. Gli altri sei paesi, Stati Uniti compresi, saranno chiamati dalla corte a dichiarare i motivi per cui non hanno rispettato gli obblighi espressi nell’NPT.

Inoltre, giusto per essere sicuri che gli Stati Uniti rispondano delle proprie responsabilità nei confronti dell’NPT, le Isole Marshall hanno avviato una causa anche presso la corte federale degli Stati Uniti di San Francisco.

Traduzione di Irene Terracina (Senzatomica) www.senzatomica.it (FINE/2014)


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